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Vanità

Vanità è il riflesso della tua anima gettato in pasto ad un vetro cavo, incapace di trattenerti per tutto il tempo che io voglio… per tutto il tempo che mi serve a fare di una emozione qualcosa di indelebile… qualcosa che possa rimanere così, per sempre. In ogni attimo di me, in ogni mio angolo che ti respira e ti trattiene… in ogni mio poro divaricato per accoglierti, protesa di desiderio, come uno sguardo che riempie e colma il mio vuoto a perdere. Vanità è l’orgoglio del sapersi attesi, come s’attende primavera, per risvegliare quel cielo e terra che covo dentro ogni qualvolta m’affaccio nei tuoi occhi.
©blu
Fotografia: Gary M Photo – Lucyanna
Dove arrivi

All’estremo… dove prendi corpo e consistenza… dove prendi possesso del piacere e della materia, dove si arrampica l’altra te per arrivarti dentro, sin sotto pelle. Dove sale in silenzioso rito la pudica voce dell’impazienza che solletica il tuo desiderio d’esser femmina. All’estremo… dove poggi ogni tua convinzione per essere il segreto che non mi dici e che non smetti di curare. Dove sale e levita il lungo brivido che ti percorre, in piacevole confidenza, tra la voglia d’esser ancora e la necessità d’essermi prosecuzione. All’estremo… sotto le gonne calde dell’amore, sin dove arrivi, dove cammini… dove i capricci acquistano colore e forma… dove le immagini sfumano in sottile fascino sotto pochi centimetri di seduzione!
©bludinotte
L’oppersa

Gli occhi puntati su quei binari fino a vederli unire in parallelo amore, curvando leggermente verso monte, prima di scomparire nelle fauci dell’oscuro che li inghiotte… Nera come un nulla atavico, lei, che taglia e sbriciola il respiro in vapore frantumato… uno sbuffo che puzza d’abbandono e sbiadisce in cielo. E poi nulla… solo l’attimo che ferocemente langue in quella scena rimasta vuota. Il tatto si tramuta in sensazione, presunzione di conoscenza… l’olfatto annaspa, giocando a nascondino con un rimasuglio della sua pelle che mi curo tra baffi e labbra… Incede – e viaggia in portoghese guisa per un tempo assai più lungo – l’udito che odia il riverbero vuoto del silenzio… la martellante eco di una voce che m’è rimasta chiodo sulla terra, come un ricordo in desiderosa stregua d’essere viaggio. Ora è fastidiosamente tardi, più di ieri, più di sempre… di quel tempo che hai speso per un nulla e che ora ti sfarfalla sull’orizzonte in pochissime diottrie. Preferisco non guardare che vederti andare via… preferisco un giorno nero di vernice ad una notte vigile di conclamata assenza… si diventa più vigliacchi vivendosi la vita attorno come fosse sempre infinita… sempre incinta di se, senza tregue o senza dubbi, senza pause nella testa, senza pazze ipotesi da pietire… senza mai un freno od una scusante degna per regalarsi un sorriso passeggero. L’oppersa!
©blu
Fotografia: “Railway”di Roberto Andreini - Modella: Christine
Grazie di cuore ad entrambi!
Come l’acqua

Come l’acqua che scorre sulle cose e monda, scava nella roccia e asporta inesorabile ogni sfrido costruito dalla vita… nella tua vita… come un sole quando ti porta a fare giorno d’altro giro e, timido, t’avvampa e scivola tra le proprie ombre come una preghiera. Come l’acqua che si addensa sopra i vetri e t’appanna il mondo togliendoti, poco a poco,la capacità di cognizione, di tempo… coscienza di te, del tuo, ma che è lì e attende… e sollecita i rimorsi in una pastoia di ricordi, di emozioni, odori, pelle mai toccata che ti avvolge come tua. Tutto è buio e tetro in questa vita diventata stanza con un grande cielo per cappello, senza terra sotto… microcosmo apparentemente senza vita dentro. Volano, inconsapevoli di far danno, i pochi anni buoni trascinati dal vento tiepido che non fa domande, dall’aria sapida che non aspetta, dalle lancette livide che non perdonano, e dagli occhi che non hanno più risposte per poggiarsi su di te. Distorta s’intravede appena una mano che appare incerta, spazza l’imperlato che m’accecava… filtra il primo raggio nato proprio dall’acqua stessa, calore bello che riscalda il vetro e lo asciuga prima fuori e poi anche in quel suo dentro che non vediamo ma che è lì, trasparente. Non pensavo ancora possibile questo miracolo eppure… sei arrivata come un temporale di profumi e vita a bagnarmi sin dentro l’anima ed anche l’ossa… ed oggi al pensarti dietro quella tenda appena accosta, mi sento tracimare come una tempesta ponderale dalle proporzioni multiple, una legge che sancisce l’unione atavica tra molecole… si fondono, e si combinano per affinità elettiva o meno… a formare nuovamente una nuova te. Basta aprire un rubinetto… perché di te voglio lavarmi senza mai smettere d’asciugarmi, come l’acqua che risucchia a se tutta la sabbia portando via, un pezzetto alla volta, la grana fine della terra. Così sarò per te un mare nella vita, per portarti dove non esistono più scogli a dipingere di colori il tuo flebile sorriso… modellando con le mani la tua carne medica, pelle morbida di sole… pelle aspra delle zagare e poi rivoli di brividi. Qui, dove inizia il mare che hai di dentro.
©blu
il vento

Voglio resistere alla stagione che tira le tende…
che scivola lentamente sopra vetri… che scava nella notte.
Voglio resistere al sonno che mi chiama
al tempo che mi ha condannato al primo istante
ed è sempre rimasto lì a contare ogni respiro.
Dove gli anni scavano le rughe, intorno al poco vivere,
la pelle arata dalla storia inizia a perdere conoscenza
ed i pensieri, come vermi rimestati dalle caverne,
sono sinuosa e nuda preda delle cornacchie
mentre dalle tue mani nascono colombe d’aria e acqua…
magia limpida, frutto di bellezza pura.
Tu, donna del mio non essere…
Tu, madre d’ogni mio respiro…
Tu, femmina per la mia carne…
ho capito adesso che sei vita e il suo chiamare,
ho scoperto ora quanto bella saresti stata,
ora che mi sono già consumato ad ascoltare
senza più voglia d’arrogarmi un altro nulla.
Voglio resistere alla stagione che si spegne
e che mi scivola di dentro come la paura
d’essere stato solo una perdita di tempo.
Un attimo… o una nuvola, io… il vento!
©blu
Fotografia: Mike Orlov





