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HORTO][GRAPHIA

In linguistica, il termine grammatica generativa (generative grammar) si riferisce in genere a un approccio tratto dalla Teoria della dimostrazione (Proof theory) per lo studio della sintassi, parzialmente ispirato dalla teoria della grammatica formale (formal grammar) e inaugurato da Noam Chomsky. Una grammatica generativa è un insieme di regole che “specificano” o “generano” in modo ricorsivo (cioè per mezzo di un “sistema di riscrittura”) le espressioni ben formate (well-formed expressions) di un linguaggio. Questa definizione include un gran numero di diversi approcci alla grammatica. Il termine grammatica generativa è anche largamente usato per riferisi alla scuola di linguistica all’interno della quale questo tipo di grammatica formale gioca un ruolo cruciale. La grammatica generativa dovrebbe essere distinta dalla grammatica tradizionale, che solitamente:


– è fortemente prescrittiva, anziché puramente descrittiva;

– non è matematicamente esplicita;

– storicamente ha analizzato un insieme relativamente ristretto di fenomeni sintattici.

Se poi il termine viene inteso nel senso di “scuola di linguistica”, esso dovrebbe essere distinto da altri approcci alla grammatica linguisticamente descrittivi, come ad esempio la grammatica funzionale.

Il termine grammatica generativa può anche riferirsi a un particolare insieme di regole formali per un particolare linguaggio. Ad esempio si può parlare di una grammatica generativa dell’italiano. Una grammatica generativa in questo senso è un dispositivo formale che può enumerare (“generare”) tutte e le sole frasi (sentences) di un linguaggio. In un senso più stretto, una grammatica generativa è un dispositivo formale (o, in altri termini, un algoritmo) che può essere usato per decidere se una certa frase è o meno grammaticale. Nella maggior parte dei casi, una grammatica generativa è in grado di generare un numero infinito di “stringhe” (string) a partire da un insieme finito di regole. Queste proprietà sono desiderabili per un modello del linguaggio naturale, poiché il cervello umano possiede una capacità finita, eppure gli esseri umani possono generare e comprendere una enorme quantità di frasi distinte. Alcuni linguisti si spingono talmente lontano da sostenere che l’insieme delle frasi grammaticali di un linguaggio naturale è veramente infinito. Anche  in considerazione che l’insieme delle frasi non è sostenute che da l’insieme delle parole. Per “parola” si intende  quindi l’espressione orale o scritta di una informazione o di un concetto, ovvero la rappresentazione di una idea svolta a mezzo e nel presupposto di un riferimento convenzionale.

In morfologia la parola è definita come un elemento linguistico costituito da un morfema libero o da una sequenza di morfemi legati. In sintassi si fa riferimento alla parola come a un’entità della frase associata a una determinata parte del discorso. Elemento basilare della comunicazione verbale, la parola assume in questa il ruolo di unità minima di trasmissione dei concetti e come tale è stata anche definita “monadelogica“, sebbene siano state mosse obiezioni a questa visione atomistica, soprattutto per effetto dei numerosi esperimenti di manipolazione verbale prodotti particolarmente nell’arte o in usi strumentali speciali della comunicazione. Una sequenza di parole, costituita tanto di parole direttamente significanti (ad esempio sostantivi e verbi), quanto di parole funzionali (articoli, pronomi ed in genere tutte le parole la cui presenza aiuta a completare e migliorare la definizione di quanto trasmesso), costituisce la frase, unità intermedia che può a sua volta accorparsi in sequenze di frasi che costituiscono il discorso, forma comunicativa complessa destinata a rendere concetti, informazioni e idee nella modalità di massima completezza.

Il significato veicolato dalla parola si amplifica attraverso la gestione che l’uomo ne fa. Maggiore è il numero di parole conosciute, maggiori sono le probabilità di descrivere al meglio un concetto. Da un punto di vista grafico (semantico e sintattico) le parole che costituiscono una frase sono separate nella forma scritta da uno spazio e da una breve interruzione nel discorso orale. Lo studio del significato delle parole fa parte della semantica. Alcune parole che hanno diverso significato si leggono o si scrivono in maniera uguale: in questi casi, si parla rispettivamente di omofonia o di omografia. In presenza di questo fenomeno (in generale chiamato omonimia), il significato da assegnare alla parola deve essere dedotto dal contesto e dalle altre parole della frase. Alcune parole, inoltre, possono essere scritte o pronunciate in più forme con lo stesso significato. In alcuni casi due o più parole si uniscono in un’unica parola. In altri casi l’unità significativa è composta da più di una parola (parola composta). Sebbene la parola sia l’unità minima di significato, a volte il significato esatto di una parola è modificato dalla altre parole presenti nellafrase o nell’intero discorso.   Per approfondire meglio questo ultimo concetto, potremo dire che la “semantica frasale” si occupa del significato di espressioni linguistiche a livello di frase, secondo il principio di composizionalità. Lo studio del significato di una frase è spesso complesso, perché le parole e frasi possono essere ambigue, e perché dietro una frase c’è sempre una situazione, un parlante, le sue intenzioni.  La semantica va quindi integrata con la pragmatica, ovvero con lo studio dell’uso del linguaggio nel contesto.

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“Scrivere è dipingere con le parole”

Partendo da questa definizione abbastanza eloquente e corretta sull’argomento, tratta per altro dallo scibile del Wikipedia, ho cercato di dare uno schema non formale al mio personale modo di “ascoltare” e “dipingere” le parole (da bravo “Tlacuilo“) nel loro generarsi adattandole melodicamente e simbolicamente ad un  testo, senza farsi vincolare dai ferrei dettami nella banale schematizzazione di regole “non assolute”,  condivise da una casta retorica di persone che le hanno assunte quale “istituto generale”, scavalcando la lingua pura… scavalcando le incerte ma viscerali necessità regionali e dialettali, ivi compresa la comunicazione per immagini. Tutto questo senza considerare l’imbastardimento delle tradizioni linguistiche venutosi a generare con l’avvento del libertario e ricercato cosmopolitismo di massa quale sintomo di democrazia linguistica formale. Non v’è pretesa che quanto qui enunciato possa essere di interesse per alcuno, ma è precisato solamente per una corretta informazione a favore di chi vorrebbe usare la matita rossa/blu per bocciare i miei grafismi, vere e proprie prove tecniche di scrittura all’interno della sintattica pittorica. L’uomo è l’unico animale dotato di  un muscolo pensante (c’è – rvello?) e come tale ha il diritto/dovere di guardare oltre ciò che è stato detto e scritto nel tempo… in continua evoluzione… in eterno cambiamento. Non ho mai subito gli impeti delle mode anzi, da sempre vi  navigo contro, sempre pronto a scoprire nuove frontiere, nuovi campi ove costruire e coltivare l’indifferibile  e pragmatica esigenza di “nuovo”,  linfa vitale del mio esistere!

©blu

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