Forse

Per pochi attimi, un sospirato battere d’ali… forse una lucciola fuori rotta! A memoria, ero ancora bambino l’ultima volta che rimasi attònito dinanzi a quel volo asincrono in deficit di luna… minuscole lampare con le ali,  fatine fatue di un bosco immaginario… ma forse sbaglio, forse sto invecchiando troppo precocemente ed è facile che io confonda le ali piccole con le focolarine che una volta popolavano indisturbate e vanitose il Viale lugubre del Tor di Quinto… vendevano l’amore per poche lire, diciamo pure che era una missione a totale remissione, un’opera pia o forse una convenzione o meglio la sola via  per portare a casa qualcosa d’apparentemente onesto e d’allegria… figlia di un sudore misto, d’un incesto o di un conflitto di contrasti… senza un’età ben definita e senza troppe convenzioni accoglievano tutti, militari, stranieri, ricconi e brutti… tutti allo stesso modo… la vera democrazia del potere, l’anarchia dell’amplesso che tirava e tira più di un treno a carbone, od al vapore e forse anche di un treno al neutrone… forse…o forse ancora sbaglio!
Per pochi attimi… un devastato trascinare d’abiti e di abitudini mal riposte in un carrello della spesa ormai esausto dai troppi viaggi, o forse dai troppi stenti, dal troppo freddo e dal troppo tutto che si bilancia sempre e solo con un assoluto logico e lineare nulla… esausto dei pochi sentimenti e della troppa indifferenza che, credete a me, crea in pectore la vera differenza mentre giri errabondo per le strade desolate di una galassia persa nei suoi meandri, nei diverticoli purulenti svuotati ormai di qualsiasi valore, incistata nelle contraddizioni più abiette o forse solamente prive della vera luce, spente nella dignità dell’essere, a propria somiglianza, luce… di quella che ti cambia il paesaggio dal giorno bianco alla notte nera o che solamente ti rende omaggio di un cono piccolo [di speranza] quando sei già desueto al giusto… o forse già troppo rattristato e inutile all’essere che va e progredisce…  e che più di spalle non si rigira  neanche se gli tira, neanche se sta imprecando o è solamente un iracondo alla ricerca del pianto solenne… e cerca di morire dentro in silenzio, lontano da tutto e dalla mia mano!
Forse, incertezza, dubbio… avverbio, sgorbio o altro… sicuramente altro al quale celo il mio retorico parlare che può servire solo a prevenire un dubbio, una veniale macchia di ciliegia e a dare maggior certezza a ciò che si vuole qui affermare con la forza dell’esitazione che non mai è reale titubanza ma semmai coscienza… del peccato o forse di un libero ripensamento perché nella vita devi sempre poter lanciare molotov di certezze e di sostanza, iniettare gas nervino e se serve anche nell’acqua insieme ad un sano lancio, senza ostaggi, di bombe ad ampio spettro o bombe deflagranti di saggezza e tolleranza… Dovrai sapere scatenare il vile che ti alberga dentro incitandolo alla transumanza d’Hamelin  che non ha nulla di fiabesco o, forse, cela in se tutto il germe dell’incipriato nano disonesto, per arrivare a quella luce primigenia che sarà il viatico salvifico per una forma d’amore nuovo, un ritorno all’antico amore per il saggio, per la morale, per il bello, per il gusto di ciò che è giusto e per se stessi… un ritorno, forse, alla voglia d’essere sostanza e non solo tara d’un effimera apparenza… perché solo così mi rinammorerò di un’idea, o di una donna o dello scampolo di vita che mi resta d’affrontare o forse di tutte e tre le cose per le quali vorrei una voglia nuova addosso di guardare, di sorridere, di suonare… la voglia porca di correre nuovamente dietro a tutti quei desideri che, in virtù di un riprovevole virus d’onestà, mi son visto scappare ed ora lucciola voglio tornare… forse!

©blu


Fotografia: Steven Meisel

(File audio Box associato:005_Simona Molinari)

Il tempo che verrà

Ci sarà modo per cambiare il banale scivolare delle cose, quando gli anni avranno ingessato i sogni imponendogli la neve tra i capelli, gli occhi non avranno più stagioni per innamorarsi ancora… della vita, della storia cui siamo stati attori e figuranti, presenti e indifferenti, ma che in ogni caso abbiamo sempre lasciato ci scivolasse un poco addosso come un “favore” non meritato. Ci sarà un tempo consono per valutare il peso degli errori fatti e quanto di buono ci sarà ascritto, col beneficio di memoria quando, non essendo più di questa partita né più iscritti negli elenchi delle parrocchie, ci improvviseremo concettuoso succo di un diario o di un ricordo, odor di fiore asperso prosciugato dalla storia. Saremo un passato inargentato, incorniciato su di un pianoforte, insieme alle sue note calde ed ad altri che come me non hanno avuto di quest’andare il senso, lasciando tutto troppo al caso od alla notte… si, ci sarà un tempo per guardare in faccia un aquilone e riconoscervi dentro le piroette già affrontate… ci sarà un tempo per non pensare a tutto questo e, spero in fondo, non arrivi presto ma è già vicino. Il tempo che verrà, da non sprecare invece, dovrà durare a lungo… dolce come i baci e caldo come un abbraccio, sarà per l’eternità!

©blu


Fotografia: Zan Zib

(File audio Box associato:004_Il tempo che verrà)

Toe


C’è una luce che mi scuote il freddo, urla di sé voce che non vedo ma sento penetrarmi nelle ossa come un’acqua che cerca la propria foce e corre, profonda scende… indifferente agli ostacoli ed a tutti i giri che dovrà fare prima d’arrivare. Calore buono, che non ha logica e non ha colore… è solo primitiva danza d’attrazione che riconosco dall’odore che mi sventoli dinanzi in quel peregrinarmi dentro. Per gravitazione i brividi, mentre mi siedo a gustare il piacere che provoca questa vibrazione, mentre prende forma e s’adagia. Aleatoria e duttile come un’argilla, azzarda e vibra di prodromi da creazione… luce che scalda ancor più e m’avvolge in sorgente attrazione. Disegnata in circolari spire e muta in attinente idea che sempre più si fa selvaggia ed urla… materno dolore in apice al cielo cangiante di piogge sterili relegato nell’iride che mi solletica le palpebre. Aria ed acqua forgiate a dar vita alle sfumature che circondano gli occhi che sono il centro di strano vortice, centro di fasulle convenzioni e convinzioni… fulcro di inenarrabili crepacci emotivi ed indecenti emozioni. E’ nata per stare in cielo, come un pensiero fiero d’ogni morale e di regale stirpe… lambisce labbra e labbra sino a sparire nel mare che non ha fine… nell’antro cieco di sotto al monte celato ai tentacoli di un qualunque desiderio. Ma, imo e buio, attende l’irrisolto verticale come un deserto quando stagionano i monsoni.
Mi attiene esfoliare l’abito che t’avvinghia come un’edera da liberar del tralcio al vento, come desiderio d’aria che ti soffoca la voce e sprigiona vocali afone di piacere da far avvilire l’istesso che s’attrezza di trasparenti balze e slanci per carpire l’occhio ch’io conosco e che ti impongo, come mio, per darti ancor più senso. Per darti il gusto di non saperti pegno… per far di te, non la cosa stessa, ma il bisogno umano d’essere istrumento al proprio sesso, desiderio estruso in diversa presenza, agile alla misura che l’uomo non conosce più esser proprio divenire e che io benedico come luce in te… luce che mi vibra sulla frequenza di un “non sei mia” ma sei di pelle e carne sazia al tatto, luce di Dio, ninfa bianca sulla curva dell’angelo!

©blu


 - Fantasia fotografica tratta dal web -

(File audio Box associato:010_Turning tables)

Dove tutto nasce


Scendimi sugli occhi
scendimi dentro come il morso del respiro
scendimi sul petto come il fuoco della pelle
scendimi nei sogni in punta di piedi…
disegnami col silenzio il fiato caldo della vita
dischiudi le mie labbra con il rosso delle tue.

Scendimi sul sesso con gli occhi lividi del piacere
e poi ancora sul desiderio opposto…
scendimi dove si cresce, dove tutto nasce
disegnami addosso la tua pelle vergine di miele
trapassa in me l’odore muschio dei tuoi brividi,
svuotami del peccato tra i capelli e, prendimi così…
con le mani strette, le une dentro le altre,
come rugiada discendimi d’acqua e d’amore!

Scendimi dagli occhi
come un sonno scivolato anzitempo giù dalla notte
e lascia che i tuoi sospiri diventino paesaggio
dal basso verso più in là, sul mio bisogno d’averti sempre…
d’averti adesso che ho paura del nulla,
come un brivido sull’orizzonte d’angolo
mentre piove sulle mie labbra il tuo latte piccolo!

©blu


- Fotografia tratta dal web -

(Audio Box file associato:003_Prendimi così)

Non moriremo mai

Non ho più matite per sporcare questo quaderno… non v’è un quadretto libero, non una pagina che sia pulita… orecchie agli angoli, sciatte macchie d’unto… e gli esami, come si sa, non volgono alla fine! Io che mi rimando sempre perché ho imparato nulla e nulla imparerò… complice un grembiule azzurro scolorito, con tre tasche piccole, scucite, e un grande fiocco bianco già disciolto ai primi dell’estate. Arrivare in ultimo, tra gli ultimi… senza poter sperare d’essere primo d’altri traguardi. Non ho più ingegno per verniciare il mondo con un fumo di grafite e gran poco sentimento, memoria di un non colore dove s’arrampicavano i capricci, dove s’involgevano i miei ricci… cuor di tempo, malato e curvo senza più adolescenza, e di quel battere dislessico al proprio posto… dietro una lavagna. E’ lì che vi disegnai un uomo… bianco di gesso, mentre s’abbracciava il proprio sogno vuoto e lo baciava a secco… quasi fosse stata una grammatica o dizione di un non amore. Più che ingegnoso diverticolo dall’insolita forma di cuore  fuggito da chissà quale pagina distratta, brutta tra le brutte, densa di strafalcioni… di orrori e simboli a piacere da correggere con la matita tua del razionale per sottolineare il cielo che non scorgi ed il rosso delle tue labbra impudiche.  Così io vivo, senza la pretesa d’essere… umile e casuale circostanza, con la saggezza mimica del sei politico quando, invero, al far del nuovo giorno si travestono le zucche vuote dei dittatori perché su questa terra, è vero… ogni scherzo vale in vergognosa e deprimente farsa da carnevale! Non ho più matite per raccontare di errori scontati o da scontare, non un gesso per imbiancare di rabbia o sesso il disegno esatto delle mie emozioni sopra le tue impronte da seguire, a debita distanza, come le nuvole fanno con gli angeli quando, perdute le ali, scendono sulla mia lavagna a tradir, con pelle e fuoco, il tempo ancora vivo dentro noi… che non moriremo mai!

©blu


Fantasia fotografica con immagini di Yanto Effendi & Sergey Popoff

(Audio Box file associato:000_Non moriremo mai)

Le nostre sere


Quando c’eri tu la gioia mi frullava dentro gli occhi come una melassa densa di fantasie, permeando negli interstizi della vita per dare sapore alle giornate, al tempo complice. Avevi un sorriso docile e conciso che faceva bene al cuore, bisogno consapevole d’innamoramento primitivo… era scritto… e lo scolpimmo ancor più forte con il tizzo della vita. Quando c’eri tu c’era il domani… c’era l’esigenza di non parlarsi a lungo, il bisogno del sottacersi con rispetto… c’era un monco informe d’isterica stearica a traballar di fiamma per un amore da ritrovare a sera. E così ogni sera di tutte le nostre sere. C’era il tramonto per sfamarsi gli occhi e la notte da rimboccare con lascivi desideri ancora tiepidi di una dignità sovrana, madre d’ogni buon cielo consenziente…  perché il tuo amore era pelvica necessità, tua di me e, in capovolto arbitrio, l’esigenza d’esser proseguibili ciascuno sin dentro l’altro… come il sincrono fluire di due correnti d’aria, in mutevole ed osmotica ascensione, mentre si rincorrono sino allo sfinire, consce d’essere… d’esistere. Indomite come lo stormire dei greggi d’ali nere in cielo, mentre attendono la sera per posarsi vinti sopra ai rami della vita. Tra le gonne larghe e calde di una natura viva… vera. Poi, quando c’eri tu, avevo il tempo di scriverti un totale quasi nulla… mi dipingevi i sogni sin dentro al cuore, prima ancora ch’io t’addormentassi tra le mie braccia, in ricorrente attesa… sin da sempre, prima ancora di quando tornerai!

©blu


Una verità

Per fare una verità, ci vogliono due bugie…
ci vogliono le tue parole e i miei silenzi
ci voglion le mie mani e l’argine dei tuoi accenti.
Serve la voglia di proseguirsi
ed il desiderio d’aspettarsi,
servono gli occhi dove incontrarsi
ed il tempo giusto per fermarsi.
Per fare una verità ci vogliono le mie labbra fiume
ed i tuoi luoghi attenti dove esondare
ci vuole un oceano intero da scavalcare
ed il suo orizzonte  dove arrivare,
serve una ragione che non è mai pensata
ed il non pensare per sapervi scrivere la fine.
Se queste bugie fossero dei noccioli di ciliegia,
quante verità avremmo potuto piantare in terra
così tante da sfamare secoli d’amore e perdimento…
E poi serve qualcosa da ricordare
e tutto il resto da dimenticare
perché per fare una bugia, basta solo questa mia!

©blu


Fotografia: Constantine Gedal

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